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Ingioco
Ricordo un pomeriggio d’autunno, i ragazzi più grandi frequentavano “già” la terza elementare, qualcuno di loro aveva sentito raccontare che, dietro la collina, il bosco era meno fitto e gli alberi più liberi dai rovi. Il sole ci illudeva di un’estate che poteva anche ritornare. In pochi istanti eravamo su, dietro la collina, nel lato più nascosto al paese. Il sentiero, tutto circondato dai rovi, era chiaro e pulito. Alcuni castagni isolati avevano già lasciato cadere i ricci maturi

Prima l’esplorazione della collina, poi raccogliere le castagne e sfilarle dai ricci senza pungersi, poi raccontarci quali fantasiosi animali potevano abitare le strane tane, poi l’esplorazione delle grotte, poi il fuoco per arrostire le castagne che sistematicamente scoppiavano. Nessuno avrebbe mai potuto contare quante volte abbiamo giocato, rigiocato e rigiocato nell’arco di un solo pomeriggio d’autunno. Non ricordo i nomi di tutti quanti erano con me. Ricordo gli odori che ci erano rimasti sulle mani di legna e di castagne bruciate, la polvere gialla della sabbia sulle scarpe.

Sono ritornato più volte sulla collina, con la memoria o con degli amici, con l’immaginazione o con i miei figli, con una ragazza o con i miei colleghi. Un pizzico di avventura, la libertà di scegliere, un luogo e un tempo a cui dare senso, un gruppo di amici, l’eco dei miti che i più anziani hanno tramandato, la certezza che fosse tutto misteriosamente vero.

Ritrovo lì e in mille altri pomeriggi per strada, le radici della mia autonomia, del mio agire e della mia speranza.





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