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The craftsman
L’uomo artigiano (“The Craftsman”) è il saggio con cui il Professor Sennet è in libreria.
“E' ora di restituire valore al lavoro fatto con le mani o con il cervello, ma sempre con perizia artigianale, e di guardare al passato per ricostruire il nuovo su basi solide“.
Messaggio forte e controcorrente, quello di Richard Sennett, sociologo americano professore alla New York University e anche alla London School of Economics nonché consigliere di Barack Obama, che fu il primo a diagnosticare i danni della flessibilità spinta e del "cattivo lavoro" con il suo saggio "The corrosion of character".
Il nuovo libro di Sennett è un valzer tra presente e passato, tra antiche botteghe dove si formavano i Raffaello o venivano levigati e assemblati in aurea misura gli Stradivari che ancora ci incantano, e moderni laboratori dove si cucina un delizioso poulet a la d'Albufera o si mette a punto il sistema Linux, per scoprire - attraverso ciò che la scienza ci insegna e la società ci chiede -come funziona la sinergia mente- mano-desiderio -ragione, che ha fatto grande il mondo occidentale e forse può oggi restituirgli saggezza.
Il sociologo statunitense contrappone all'impersonalità, al funzionalismo cieco, all'ossessione per la quantità e i dilaganti ritmi fini a se stessi, la condizione artigianale intesa in senso lato come "maestria tecnica (…) abilità di fare bene le cose", "desiderio di fare bene una cosa, concretamente, per se stessa". Una condizione che avvicina, pur con le debite e indubbie differenze, l'artigiano medievale e gli odierni softwaristi del sistema operativo Linux: accomunati da "quell'intimo e fluido nesso tra soluzione dei problemi e individuazione dei problemi che è il segno esperienziale della maestria tecnica”.
Saper fare bene le cose per il proprio piacere: una regola di vita semplice e rigorosa che ha consentito lo sviluppo di tecniche raffinatissime e la nascita della conoscenza scientifica moderna.
Non a caso in questi anni, non si è investito sulla conoscenza e i lavoratori hanno potuto acquisire solo una esperienza incompleta, lavorando in imprese frammentate e instabili. Nel libro "L'Uomo artigiano" si evidenzia la differenza che c'è tra chi sa fare una cosa, chi si accontenta di saperla fare e basta, e colui che invece è dotato dell'abilità artigianale che lo spinge a un continuo miglioramento. Oggi, nelle grandi organizzazioni questa visione non trova spazio. Le aziende non la incoraggiano. Al contrario, se serve una competenza che manca all'interno, anziché far crescere le persone in organico la si va a cercare fuori, reclutando qualcuno che possibilmente costi anche meno.
"L'animale umano che lavora può trovare arricchimento nelle abilità tecniche dell'artigiano e dignità nello spirito del suo mestiere".
è importante imparare dagli errori di ieri, e cominciare a prendere coscienza del tasso di artigianità che c'è anche in tante professioni moderne intellettuali, dal software, alla ricerca, alla medicina. Inoltre, bisogna dare importanza al "trascorrere più tempo con le persone che sanno fare le cose" e meno ad ascoltare i discorsi dei manager.
La formazione non è un'attività isolata, richiede condivisione delle conoscenze, scambio di critiche reciproche, controllo continuo dei progressi, questo è la collaborazione, l’elemento importante della collaborazione. Nei valori aziendali correnti, invece, la cooperazione viene vista come un retaggio del passato. Tempo e cooperazione sono valori tradizionali ma alla lunga producono risultati, soprattutto se l'obiettivo che ci diamo è la produzione di beni e servizi di qualità, che non si costruiscono con la fretta, ma basandosi sulla crescita delle competenze.
Nei momenti difficili un'intuizione forte può dare senso e concretezza a bisogni diffusi. Tale è L'uomo artigiano, ovvero l'homo artifex, che persegue per sé e per la propria personale soddisfazione la ricerca dell'opera quasi perfetta, del buon lavoro fatto con arte, intelligenza, sapienza manuale e conoscenza.
“Oggi molti ruoli professionali richiedono abilità, skills, e un atteggiamento "artigianale", imprenditivo . Ma la grande differenza tra i lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti non è più tanto evidente sul piano delle tutele e della sicurezze, che ormai sono sempre meno anche per i secondi. Lo spartiacque vero tra l'una e l'altra condizione è l'essere padrone del proprio lavoro, amarlo e trarne soddisfazione, ogni giorno. Cosa sempre più difficile nelle organizzazioni, però, soprattutto in tempi di recessione ..” (Sennet)
Il modello artigiano del passato ci insegna una cosa importante: il senso del tempo. Per diventare maestri ai tempi antichi ci volevano anni..
La seconda parte del libro è dedicata, infatti, alle abilità tecniche e procede attraverso una brillante disamina del rapporto mano-occhio e dell'educazione alla concentrazione in un violoncellista, un cuoco e un vetraio, per trascorrere al problema della trasmissione di questi saperi mediante "istruzioni espressive", alla crucialità dell'immaginazione quale chiave di volta della dimensione artigiana, strumento essenziale per gestire, in un "progresso a sbalzi", ambiguità e resistenze della materia e dell'ambiente umano e sociale. La consapevolezza dei limiti e delle contingenze occupa la terza parte, la più breve, sulle fonti della perizia artigianale. Vi svolge un ruolo rilevante il gioco, inteso come abitudine alle regole e alla complessità. Il che rende tale appunto la perizia, in teoria accessibile a tutti, al di là dei talenti individuali. La questione dell'accessibilità del sapere artigiano è invero uno dei molti temi irrisolti in un libro che, com'è tipico di Sennett, procede, "artigianalmente" a sua volta, a sbalzi, tra digressioni e riferimenti storici eruditi e acuti (ma erratici), riduzionismi, salti improvvisi, nel tempo e nelle diverse sfere considerate (economica, sociale, culturale). Ma che ha il grande merito di aprire una finestra originale e preziosa sulla questione cruciale di che cosa fare con la condizione lavorativa odierna, recuperando utili lezioni dal passato.
Sennet termina un’intervista con questa frase: “L'idea che pochi eletti siano dotati di eccellenza e che vadano ricercati e coltivati esclude la maggior parte delle persone che lavorano e questo è un terribile spreco di risorse umane. I geni non mi hanno mai interessato.





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