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11/03/2013 Ricerca
L’efficacia e il gradimento a volte non bastano. Apprendere per gioco era iniziato così, alla ricerca di un qualcosa in più che sentivamo mancava nella formazione aziendale.

Sentivamo che mancava la dimensione personale dell’apprendimento. La possibilità vivere una esperienza favorevole per rimettersi in discussione come persona ancora più che come professionista. Per esplorare la possibilità di nuove idee e strumenti. Ma non solo. Anche la possibilità di riesaminare la propria storia e riconoscere il proprio stile professionale. Anche la possibilità di prendere consapevolezza delle proprie modalità di pensare e sentire il lavoro; anche la possibilità di dedicarsi a riconoscere gli esiti della propria storia di apprendimento e delle proprie esperienze recenti. Anche distinguere, selezionare, fare ordine tra le proprie aspirazioni di apprendimento; fare analisi e riflessioni critiche relative a proprie esigenze di imparare. Anche riesaminare e rivedere il senso della propria storia professionale. Anche la possibilità di ideare qualche possibilità di crescita professionale, di iniziare a sperimentarla, di metterla in comune con amici e colleghi.

Sentivamo che mancava un’esperienza di apprendimento bella, allegra, pienamente coinvolgente ma allo stesso tempo rispettosa delle preferenze individuali di ciascuno. Un’esperienza che mettesse in gioco le possibilità corporee delle persone assieme alla possibilità di utilizzare le proprie facoltà artistiche e espressive, il proprio saper usare le mani e la voce, i gesti e gli sguardi. Una esperienza che permettesse alle persone sì di raccogliere degli esiti importanti per se ma che assieme permettesse subito di comunicarli, presentarli, renderli visibili, fruibili e noti al di fuori del gruppo di colleghi di esperienza di apprendimento. Un’esperienza dove la bellezza dei luoghi, delle possibilità, delle idee fosse così fruibile da assomigliare il più possibile alla bellezza di imparare.

Sentivamo anche che mancava un percorso tanto autentico quanto giocoso dove il committente ha la possibilità di precisare le proprie finalità al professionista e agli utenti. Dove ha la possibilità di definire attentamente i contorni del “cantiere di lavoro”: la durata delle attività, gli attori coinvolti, il contenuto e le fasi di valutazione, l’investimento di risorse. Un percorso di lavoro dove il committente è correttamente supportato a proporre l’opportunità formativa comunicando correttamente il senso del progetto e le proprie attese agli utenti. Alcuni momenti precisi e definiti dove può affidare in modo esplicito ai singoli utenti le proprie aspettative anche. Alcuni momenti dove, se vuole, può soffermarsi a riconoscere gli esiti ottenuti e riflettere su cosa può farsene.

Sentivamo anche che ci sarebbe piaciuto dedicare molta attenzione ad accogliere le persone nel percorso di apprendimento. Ci sarebbe piaciuto incontrarle, conversare con calma per mettere in comune le finalità e i contenuti del progetto di apprendimento. Per verificare se le finalità, il percorso, le risorse messe a disposizione, fossero risorsa efficace per ciascuno. Ci sarebbe piaciuto chiedere a ciascuno di contribuire a rendere un po’ più vero, bello e utile il precorso di apprendimento. Anche pensare il percorso in modo da lasciare ampi spazi di responsabilità agli utenti nell’allestimento e nella gestione del percorso. E ci sarebbe piaciuto davvero poter dedicare la stessa cura e la stessa attenzione per raccogliere gli esiti del percorso di formazione, documentarli, rielaborarli collettivamente e comunicarli dentro e fuori l’istituzione di appartenenza.

Sentivamo che, anche grazie al gioco, sarebbe stato possibile avviare una modalità di relazione con gli attori di un percorso di formazione aziendale tale da mantenere in vita in modo continuativo un itinerario di piccole possibilità di apprendimento regolarmente fruibili da parte di committenti e utenti.






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