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20/02/2015 Economia civile e tecnologia delle risorse umane
A partire dal 2007 è iniziato ad essere evidente in modo sempre più diffuso nel mondo della cultura e dell’economia che la prospettiva economica sulla quale sembrava reggersi il nostro temporaneo equilibrio era terminata. Con una accelerazione di crisi in serie, prima finanziarie poi sempre più vicine all'economia reale ci siamo accorti che il modo tradizionale di guadagnarsi da vivere non funzionava più.
Alcuni approcci trattano in modo insoddisfacente questo cambio di marcia perché rimangono di fatto imprigionati a una dimensione quantitativa in termini di beni prodotti e utilizzati dall’economia. Tra le riflessioni economiche che aprono possibilità nuove con un reale cambio di paradigma e con un livello adeguato di strumenti per rileggere la realtà economica contemporanea ci piace segnalare il gruppo di ricerca legato all’Economia Civile. In particolare Luigino Bruni nell’ormai lontano 2004 pubblica un saggio intitolato “L’economia, la felicità e gli atri” (Città Nuova Ediitrice) che propone in chiave molto attuale sia le analisi già svolte nella storia del pensiero economico che una ricomposizione sia dei problemi aperti che del repertorio teorico utile a rileggere l’attuale profonda crisi del nostro modo di fare economia.
Ripropongo qui alcuni passaggi tratti dal saggio.
• occorre infatti tornare a distinguere, altrimenti non abbiamo più gli strumenti teorici per capire perché nel massimizzare il reddito o il consumo (i mezzi) non ottimizziamo anche la felicità (il fine).

• Per due secoli ci siamo occupati, come economisti, molto della tecnologia dei prodotti (come gli input si trasformano in output): forse stiamo arrivando al punto in cui è importante occuparsi della “tecnologia della felicità”, cioè di come i beni diventano ben-essere, perché, come abbiamo visto, spesso non lo diventano affatto, con sprechi e inefficienze sociali e morali dei quali l'economista non può occuparsi.

• Il tutto diventa poi tremendamente complicato, ma teoricamente affascinante, quando pensiamo che gli effetti negativi che i beni di mercato producono sui beni relazionali non sono intenzionali: cadiamo in trappole di infelicità, di povertà relazionali, normalmente senza accorgercene durante il processo di caduta, se non quando ormai ci siamo dentro. A tale riguardo non posso che condividere la conclusione alla quale giungeva Scitowsky nell'ipotizzare possibili vie di uscita da una vita comoda ma noiosa e infelice: “il rimedio è la cultura” (1976, p.253).

• La felicità è legata, più profondamente di quanto pensavamo all'inizio, ai beni relazionali, alla libertà degli altri, e per questo è fragile, perché non la possiamo dominare e massimizzare come le classiche variabili degli economisti, ma è la sola strada per una vita buona: “Tutte le forme di realizzazione hanno un aspetto paradossale: sembra che in esse l'Io venga dimenticato invece ne esce arricchito. Quando faccio un lavoro per il piacere di farlo non penso a me; quando ammiro o comunico indietreggio sullo sfondo. Eppure, ogni volta, rafforzo la mia esistenza “ (Teodoro 1998, pp 171-172).

• E questo perché la felicità, come l'abbiamo capita e raccontata, di apertura “sincera” e non strumentale all'altro, che non può essere catturato all'interno di un rapporto che sia solo di mezzi e fini: “I beni più preziosi non debbono essere cercati ma attesi. L'uomo in fatti non può trovarli con le suo sole forze, e se si mette a cercarli troverà al suo posto dei falsi beni di cui non saprà nemmeno riconoscere la falsità” (Weil 1972, p. 76).

• La riflessione economica contemporanea fa fatica a comprendere i paradossi e le antinomie della felicità perché ha espulso – per le ragioni che abbiamo intravisto – il volto dell'altro dalla scienza economica. E credo che solo una teoria economica che torni “relazionale” potrà tornare a capire quella realtà relazionale che è la felicità.

• I beni sono molto importanti, soprattutto quando sono molto pochi, come ci dice da sempre la storia della miseria e dell'indigenza. Ma diventano, nella miseria come nell'abbondanza, strade di felicità solo se condivisi con gli altri. Questa verità, che tutti in modi diversi sperimentiamo, è forse quella più distante dalla concezione prevalente oggi nella scienza economica, che non sa più trovare al suo interno un posto al dono, alla gratuità, all'amore, i quali svolgono invece un ruolo importante, a tratti essenziale, anche nelle ordinarie vicende economiche.

• La scienza economica si ferma invece al consumo di beni, non interessa cosa succede dopo, e così si ferma alle soglie della felicità, perché questa dipende esattamente da come quei beni diventino benessere, o malessere , in base alla nostra capacità di goderli con gli altri.

• Abbiamo poi fatto una scoperta un po' triste, e cioè che pochi, pochissimi, autori presentano oggi teorie del rapporto ricchezza-felicità che abbiano il fascino e la profondità di quelle di Smith, Genovesi o Marshall, e la passione dei primi dibattiti medioevali di come far si che, il mercato, meravigliosa invenzione, non uccida le cose che contano davvero nella società di ieri e di oggi.
(Una bibliografia dell’autore è riportata in http://www.edc-online.org.)


La tecnologia delle risorse umane con tutte le sue strumentazioni culturali e i suoi attrezzi quotidiani di lavoro è fortemente coinvolta in questo cambiamento di prospettiva. Se l’economia dell’industria manifatturiera ha lasciato il posto all’economia dei servizi e questa è stata alla fine sopravanzata dall’economia della conoscenza non significa che questo processo si sia fermato.

Questa potrebbe essere la stagione dell’economia della riconoscenza.






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